Paradisi Fiscali, competizione fiscale, oppressione fiscale e inferi fiscali
Dell’assegnazione dell’attributo: paradiso fiscale
L’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, (traduzione impropria di OECD) è l’ente più qualificato per determinare i criteri di assegnazione ad uno Stato del termine paradiso fiscale e per stilare una lista ufficiale, generalmente presa per buona, dei paradisi fiscali. Tutte le altre fonti d’informazione, fatta eccezione per l’Ufficio delle Entrate Erariali Italiano – che è capace di produrre elucubrazioni anche più creative, articolate e fantasiose – , attingono da lì, e cioè dall’ OECD-OCSE.
OECD è uno dei tanti acronimi che aiutano a semplificare e a confondere il lavoro delle menti pigre e suggestionabili degli organi di stampa privilegiati; OECD sta per Organization for Economic Co-operation and Development; il significato è leggermente diverso da quello indicato nella traduzione italiana riferita all’OCSE. E cioè, significa Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (economico anch’esso presumibilmente).
Elementi sui Paradisi fiscali e sugli inferi fiscali: la competizione fiscale
Viviamo in un tempo animato da paradossi. Ma, più spesso di quanto sembri, questi paradossi originano dagli abusi degli Enti di Stato. Gli Stati dichiarano di implementare politiche sulla libera competizione in modo da poter imporre la libera competizione ai produttori privati. Tuttavia, la competizione non è altro di più che la libertà di agire, la libertà di fare cose diverse da altri. Perciò è già paradossale per definizione la volontà di imporre libertà o ambiti di libertà.
Ed è anche più paradossale che questi medesimi Stati non vogliano conformare anche loro stessi alle regole che dichiarano di imporre ad altri soggetti. Fanno la guerra contro la competizione fiscale, recitando falsamente che la competizione fiscale sia controproducente (e questo è un concetto proposto proprio da OECD, incurante della neutralità che un simile istituto dovrebbe essere votato a praticare e del più elementare senso di onestà). Come può uno argomentare a favore dell’idea che la libertà di agire e di decidere per conto proprio sia perniciosa e controproducente?
Dichiaratamente, quando un produttore privato vede arrivare un concorrente in grado di offrire prodotti migliori a prezzi più bassi, egli teme di perdere clienti e che tale competizione possa essere dannosa per lui. Quegli potrebbe essere tentato, contro ogni logica e senso morale, a denunciare tale competizione (competizione che probabilmente chiamerà “sleale”) e a cercare l’intervento della coercizione dello Stato in modo da inibire la libertà dell’altro produttore di fare e vendere. Ovviamente, se le sue querele vengono ascoltate e se uno Stato impianta le protezioni necessarie per permettergli di continuare ad offrire prodotti meno soddisfacenti per i suoi clienti, rispetto a quelli del suo concorrente, allora ci saranno delle vittime; precisamente, i consumatori, che verranno privati da potenziali vantaggi, e gli altri produttori concorrenti, che saranno privati di un mercato naturale. È quindi vero l’opposto di ciò che tendono a mescere quegli Stati che fan la guerra alla competizione fiscale e ai paradisi fiscali: la competizione NON è perniciosa; piuttosto, l’assenza di competizione, sì, lo è.