Inferi fiscali e paradisi fiscali
I paradisi fiscali favoriscono il movimento dei capitali e offrono incentivi per accumulare ulteriore accrescimento di ricchezza.
Qualunque nuova imposta, ed ogni aumento di un’imposta esistente, ha un duplice effetto distruttivo.
Anziché combattere la competizione fiscale, non ci sarebbe altro di più urgente da fare che limitare l’attuale oppressione fiscale.
La competizione NON è perniciosa; piuttosto, l’assenza di competizione, sì.
Lo stesso vale per la gestione della cosa pubblica, particolarmente per la gestione delle politiche fiscali. Nel tentativo di prevenire la competizione fiscale, l’OECD, o gli stati membri dell’Unione Europea, desiderano privare i cittadini del mondo della loro libertà di scegliere per sé stessi, o per le loro attività produttive, l’ordinamento fiscale che preferiscono. Per raggiungere lo scopo (un altro paradosso) lo Stato cerca di formare cartelli pubblici internazionali mentre pretende di combattere i cartelli privati. Ma il cartello privato potrebbe anche non essere permanentemente dannoso se certe libertà produttive, cioè di competizione, fossero rese possibili. Ecco perché, più spesso di quanto non si creda, i cartelli privati sono persino vantaggiosi e tendono a soddisfare meglio le esigenze specifiche dei clienti. Altresì, i cartelli pubblici, che sono esplicitamente creati per impedire la competizione, è inevitabile che siano rovinosi, come pure, purtroppo, durevoli.
Inibendo la competizione fiscale, per esempio cercando di armonizzare le politiche fiscali o facendo la guerra ai paradisi fiscali, gli stati ad alta imposizione fiscale, che in base al loro stesso sillogismo dovrebbero essere indicati come inferi fiscali, spogliano i loro cittadini di uno dei maggiori benefici della competizione: la possibilità di provare delle alternative. Come Friedrich Hayek spesso puntualizza, la competizione è un “processo di ricerca e di scoperta”.
In un mondo puramente immaginario di conoscenza perfetta, la competizione sarebbe certamente superflua, perché ciascuno saprebbe di già in principio quali sono le migliori soluzioni ai problemi. Ma non viviamo in un modo di questo tipo. Eppure questo è esattamente ciò che i paesi ad alta imposizione fiscale vorrebbero darci a bere facendo la guerra ai paradisi fiscali. Quelli propinano che le loro politiche fiscali sono le migliori possibili e che ogni competizione porterebbe ad una “corsa al ribasso verso il fondo”.
Ma se le aliquote fiscali imposte negli inferi fiscali fossero ottimali, non si avrebbero le fughe di capitali. Per lungo tempo, drastici controlli sui tassi di cambio hanno consentito a molti stati di spogliare il capitale privato. Quegli Stati ad alta oppressione fiscale semplicemente non possono tollerare che i loro schiavi d’imposta tentino di scappare verso lidi più felici. Perché quelle aree non solo favoriscono il movimento dei capitali ma offrono incentivi per accumulare ulteriore accrescimento di ricchezza.
È triste doverlo riconoscere ma, nel contemporaneo contesto intellettuale, serve un gran coraggio per difendere le idee a favore delle libertà individuali e dei diritti universali. Eppure, esse sono basate su solide teorie economiche e su reali conoscenze del comportamento degli individui in società. Questa nota rappresenta gli elementi essenziali sul caso della competizione fiscale. Oltre a ciò, offre un nuovo e rimarchevole strumento con l’indice dell’oppressione fiscale. Ed è propriamente oppressione quella di cui parliamo.
Qualunque nuova imposta, ed ogni aumento di un’imposta esistente, ha un duplice effetto distruttivo: A) inibisce la spinta dei contribuenti ad agire e a produrre; B) vanifica l’incentivazione produttiva dei beneficiari della redistribuzione del reddito.
Questo penoso aspetto distruttivo dell’imposizione fiscale giustifica pienamente lo sforzo di valutare l’oppressione fiscale: anziché combattere la competizione fiscale, non ci sarebbe altro di più urgente da fare che limitare l’attuale oppressione fiscale.
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