Competizione fiscale “funesta”

 

A prescindere dal ragionamento sul se l’aumento della spesa pubblica gestito per combattere la recessione sia una manovra appropriata oppure no, è da ricordare che l’OECD aveva già pubblicato il suo primo rapporto sulla “competizione fiscale funesta” nel 1998, su richiesta, due anni prima, dei paesi ad alta imposizione fiscale. L’obiettivo di codesti governi, era esplicitamente quello di inibire la libertà di movimento dei capitali reprimendo il ruolo della competizione fiscale “sugli investimenti, sulle decisioni finanziarie e le conseguenze per la base d’imposta nazionale”. Subito dopo questo rapportino, l’OECD adottò una raccomandazione sulla “guerra contro pratiche fiscali perniciose”, sulla quale due membri fondatori dell’organizzazione, Svizzera e Lussemburgo, si sono astenuti. Queste due nazioni, tuttavia, avrebbero potuto porre il loro veto e conseguentemente prevenuto l’intensificazione di questo conflitto; l’esito del conflitto ora lo conosciamo: esso include, contro la loro volontà, diversi stati originariamente contrari, e fortemente contrari, alle conclusioni del rapporto che hanno loro malgrado ceduto alle pressioni politiche internazionali. In particolare, quelle raccomandazioni OECD di cui si parlava di sopra, hanno istituito il “Forum sulle pratiche fiscali nocive” (Forum on Harmful Tax Practices) il cui scopo essenziale è quello di far pressione sugli stati ritenuti “in difetto” e di riferire periodicamente sui risultati di questo suo ingrato lavoro. Contemporaneamente, l’Unione Europea ha sposato questa sciagurata causa contro la “competizione fiscale nociva” con l’obiettivo reale di avanzare lo stato di centralizzazione del controllo fiscale a livello europeo. (Vedi: Pierre Bessard, “Das europäische Steuerkartell und die Rolle der Schweiz”, Liberales Institut, 2008). Dopo il vertice G20, la Commissione Europea avanzò diverse misure per intensificare lo scambio d’informazioni fra stati e incoraggiare la cosiddetta “competizione fiscale leale”, dichiarando che: “con la crisi finanziaria, è necessario che i governi nazionali salvaguardino i loro introiti fiscali più che mai”(vedi: European Commission, “Taxation and Good governance..April 28, 2009“). La Commissione raccomanda soprattutto di discutere contromisure nei confronti delle “giurisdizioni non collaborative in ambito d’imposizione fiscale” svergognate nelle liste multicolori del segretario dell’OECD. Considerando l’esteso indebitamento dello stato sociale a livello europeo e le promesse non finanziate dei futuri pensionamenti, il piano di contromisure contro i paradisi fiscali non dovrebbe sorprendere. Attualmente, la spesa per il non riformato sistema di redistribuzione sociale rappresenta più della metà della spesa pubblica degli stati OECD e più di un quarto del PIL (28,5% in Francia e 27,4% in Germania, per esempio). Il costo della mancata riforma del sistema sociale è considerato una pericolosa bomba a orologeria (vedi il rapporto IMF sullo stato della finanza pubblica 6/3/2009). Eppure l’OECD, assieme agli stati ad alta oppressione fiscale, alimentano il loro delirio squalificando l’ottimizzazione fiscale e rappresentandola come un ostacolo al finanziamento dei servizi pubblici, come per esempio la scuola, dove tutti faremmo bene a ritornare. Ed ecco che la spesa pubblica per l’istruzione ammonta ad appena il 5,8% del PIL nei paesi OECD (5,1% in Germania e 6% in Francia – vedi data base di OECD, 2008), che è un quarto della spesa per la sanità. Questi rapporti sottolineano la demagogia delle argomentazioni somministrate dai rappresentanti delle élite al potere sul “finanziamento della spesa per l’istruzione” per screditare i paradisi fiscali; ed è demagogia ben evidente. Questo documento rivaluta la guerra dell’OECD contro la cosiddetta “competizione fiscale nociva” e i cosiddetti paradisi fiscali, con la prospettiva della società civile, e dimostra che gli unici beneficiari della guerra ai paradisi fiscali sono gli stati ad alta oppressione fiscale non riformati a discapito dei loro cittadini e della loro prosperità. Lo studio quantifica con i criteri indicati di sopra, l’indice del livello di oppressione fiscale, il carico degli oneri fiscali, il peso dato alla legittimità del sistema fiscale e il livello di protezione del diritto alla riservatezza nei 30 paesi membri dell’OECD.

 

 

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2 Responses to Competizione fiscale “funesta”

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  2. Beni immobili e società offshore

    Molte delle spese associate alla proprietà di un immobile possono essere ridotte se il proprietario dell’ immobile è una società offshore. La vendita dell’ immobile avviene semplicemente trasferendo le azioni della società che lo possiede dal venditore all’ acquirente eliminando in questo modo i lunghi tempi delle procedure di compra-vendita e risparmiando su tasse sulla vendita e sulle spese notarili. In questa maniera è del resto garantito l’anonimato assoluto dell’operazione, di tal sorta che il venditore e l’acquirente rimangono sconosciuti ai terzi.

    Imbarcazioni

    Allo stesso modo dei beni immobili sarà possibile assegnare la proprietà di un’ imbarcazione ad una società offshore riducendo il pagamento delle tasse dovute ad un’ eventuale vendita successiva e le tasse connesse al possesso dell’ imbarcazione.

    Società di intermediazione mobiliare o private banking

    Le tasse che possono essere ridotte sono: tasse sulle CFC, tasse sui guadagni esteri, tasse sui redditi di impresa e sui guadagni accumulati. Oltre a ridurre legalmente le tasse, queste strutture permettono ai beneficiari di godere della massima segretezza.
    Generalmente, attraverso un Trust, il beneficiario (che poi è di fatto il concedente) impartice le istruzioni al fiduciario di costituire la IBC. Attraverso i corrispondenti nel centro offshore in cui si desidera operare, la società viene prontamente costituita dagli agenti locali, i quali a loro volta operano come fiduciari (una specie di Trust nel Trust), designando i direttori, dove richiesto, avviando le relazioni bancarie e stabilendo la sede dell’ufficio registrato.

    Quest’ultimo servizio, detto di domiciliazione, prevede anche l’utilizzo di linee telefoniche, fax, servizio di segreteria, ritiro e rispedizione della posta, emissione di fatture e in generale di tutto quello che si svolge in un ufficio. A seconda del tipo di servizi richiesti, esistono ovviamente delle tariffe che comprendono il compenso dei direttori, la domiciliazione della società e le spese di costituzione.

    A seconda della complessità della struttura i costi sia di costituzione che di mantenimento possono variare ma, considerando che di solito non è richiesto un capitale sociale minimo, queste spese si limitano in definitiva alle normali tariffe professionali dei fiduciari ed alle spese di costituzione. Tanto per dare un’ idea, diciamo che una struttura offshore non supera quasi mai i 4.000 Euro totali, includendo le spese annuali di mantenimento. Molto conveniente se si pensa solo al risparmio fiscale che ne può derivare, oltre che al valore aggiunto dalla protezione totale della sfera privata e commerciale del cliente.

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